Contratti di locazione. Nuovo termine di registrazione.

Premessa

I contratti di locazione e di affitto di beni immobili (qualunque sia l’ammontare del canone pattuito) sono soggetti a registrazione secondo quanto disposto dal D.P.R. n. 131/1986, con modalità:

  • telematica (modalità obbligatoria per gli agenti immobiliari e i possessori di almeno 10 immobili) direttamente o tramite un intermediario abilitato;
  • cartacea”, presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate.

L’unica eccezione a tale regola è rappresentata dai contratti di locazione di durata inferiore a 30 giorni nel corso dell’anno (tipicamente contratti turistici), per i quali non c’è obbligo di registrazione.

Fino al 2015, inoltre, la registrazione poteva essere effettuata, oltre che dal proprietario dell’immobile e dal mediatore del contratto, anche dall’inquilino stesso.

La Legge di Stabilità 2016, dal 2016 prevede che:

  • la registrazione del contratto di locazione deve essere effettuata dal locatore entro il termine perentorio di 30 giorni;
  • il locatore deve dare “documentata comunicazione” della citata registrazione, nei successivi 60 giorni, sia al conduttore che all’amministratore del condominio, anche ai fini degli obblighi di tenuta dell’anagrafe condominiale, prevista dall’articolo 1130, numero 6), Codice civile.

Si noti che dalla lettura del disposto normativo sembrerebbe che il conduttore non possa più provvedere anche se “parte interessata” alla registrazione del contratto di locazione.

 

Nullità

Nel nuovo articolo 13, Legge n. 431/1998 viene confermato che è nulla ogni pattuizione volta:

  • a determinare un importo del canone di locazione superiore a quello risultante dal contratto scritto e registrato;
  • a derogare ai limiti di durata del contratto previsti normativamente;
  • ad attribuire al locatore un canone superiore:

ü  a quello massimo definito dagli accordi conclusi in sede locale per immobili aventi le medesime caratteristiche e appartenenti alle medesime tipologie, per i contratti cd. “a canone concordato”, di cui all’articolo 2, comma 3, Legge n. 431/1998;

ü  a quello contrattualmente stabilito, per i contratti cd. “a canone concordato”, di cui all’articolo 2, comma 1, ove in contrasto con le disposizioni di legge.

 

Azioni del conduttore

Il conduttore, entro sei mesi dalla riconsegna dell’immobile locato, può:

  • attivarsi per richiedere la restituzione delle maggiori somme corrisposte nelle ipotesi di nullità cui ai precedenti punti 1. e 3. (inerenti l’ammontare del canone di locazione).
  • proporre ricorso all’autorità giudiziaria:
  • per richiedere, al verificarsi della nullità di cui al punto 2. (inerente la durata della locazione), che la locazione venga ricondotta a condizioni conformi a quanto previsto dalla Legge n. 431/1998:

ü  al comma 1 dell’articolo 2 (durata del contratto a “canone libero”);

ü  al comma 3 dell’articolo 2 (durata del contratto a “canone concordato”);

  • per segnalare che il locatore non ha provveduto alla registrazione del contratto nel termine (perentorio) di 30 giorni.

Nel giudizio che accerta l’esistenza del contratto di locazione il giudice determina il canone dovuto, che non può eccedere quello:

  • del valore minimo definito ai sensi dell’articolo 2 ovvero
  • definito ai sensi dell’articolo 5, commi 2 e 3 (contratti di locazione di natura transitoria) nel caso di conduttore che abiti stabilmente l’alloggio per i motivi ivi regolati.

L’autorità giudiziaria stabilisce la restituzione delle somme eventualmente eccedenti.

È espressamente previsto che le nuove regole inerenti le possibilità di attivazione del conduttore sono applicabili alle fattispecie di nullità insorte sin dalla data di entrata in vigore della Legge n. 431/1998, ovvero dal 30 dicembre 1998.

 

Mancata registrazione

Se manca la registrazione entro 30 giorni dalla stipula, il contratto, sebbene scritto, per la legge non esiste. Ciò emerge in modo chiaro dal comma 6 dell’articolo 13, che espressamente concede la facoltà al conduttore, nel caso di omessa registrazione nei termini, di ricorrere avanti l’autorità giudiziaria al fine di fare «accertare l’esistenza del contratto» e di chiedere al giudice di determinare il canone dovuto nella misura non superiore al valore minimo definito dall’articolo 2 della medesima legge.

Lo stesso dicasi per i contratti stipulati solo verbalmente, a cui sono parificati a tutti gli effetti quelli scritti ma non registrati, nonostante l’espressione «locazione di fatto» sia stata eliminata dal vecchio testo del citato articolo 13 e sostituita con un più ampio richiamo ai «casi in cui il locatore non abbia provveduto alla prescritta registrazione del contratto» nei termini indicati.

Rientro dei capitali all’estero: ultimi chiarimenti.

Con la circolare n. 27/E del 16 luglio 2015 l’Agenzia delle Entrate ha fornito le risposte ai numerosi quesiti pervenuti con riferimento alle problematiche evidenziate in sede di prima applicazione della procedura di collaborazione volontaria.

I temi affrontati dalla circolare sono l’ambito soggettivo e oggettivo della collaborazione volontaria, le cause di inammissibilità, gli adempimenti a carico del contribuente, l’ambito temporale, gli aspetti sanzionatori e il perfezionamento della procedura.

Tra i chiarimenti maggiormente attesi si evidenziano quelli relativi alle modalità operative per la riemersione delle attività detenute all’estero in presenza di soggetti delegati. In particolare, l’Agenzia delle Entrate precisa che i delegati che non risultano essere i titolari effettivi delle attività presenti sui rapporti sono tenuti alla disclosure, ma non può essere loro attribuito alcun reddito connesso alle stesse.

La circolare chiarisce, inoltre, che nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria è possibile fare emergere anche attività conservate nelle cassette di sicurezza. Per i contribuenti che hanno presentato la dichiarazione per l’anno 2009, spiega la circolare, ai fini della procedura di collaborazione volontaria, non rileva il denaro contenuto in una cassetta di sicurezza che non sia mai stata aperta dopo il 31 dicembre del 2009.

Nell’ipotesi invece in cui il denaro era già detenuto in un paese black list in violazione degli obblighi di monitoraggio fiscale, in un periodo d’imposta per il quale non è decaduta la contestazione delle violazioni, questo dovrà essere indicato nella relazione di accompagnamento della procedura di collaborazione volontaria internazionale.

Gli amministratori di società di capitali con poteri di firma sui conti correnti di società domiciliate in un paese straniero, saranno dispensati dalla compilazione del quadro RW del modello Unico, anche se non risultano beneficiari di redditi connessi.

Chiarimento anche per IVIE (Imposta sugli Investimenti immobiliari all’estero) e IVAFE (Imposta sul Valore delle Attività Finanziarie detenute all’estero). Secondo l’Agenzia delle Entrate, gli effetti della collaborazione volontaria si applicano anche a IVIE e IVAFE, per quanto riguarda versamento, accertamento, riscossione, sanzione e rimborsi.

Relativamente alle annualità oggetto di regolarizzazione, la circolare precisa che la richiesta di collaborazione volontaria internazionale deve riguardare le violazioni degli obblighi dichiarativi di monitoraggio fiscale nonché le infedeltà dichiarative afferenti gli imponibili agli effetti delle imposte sui redditi e relative addizionali, delle imposte sostitutive, dell’IRAP, dei contributi previdenziali, dell’IVA e delle ritenute, commesse fino alla data del 30 settembre 2014, in relazione a tutti i periodi d’imposta per i quali, alla data di presentazione della richiesta, non sono decaduti i termini per l’accertamento o per la contestazione delle violazioni in materia di monitoraggio fiscale.

La circolare chiarisce anche le modalità di applicazione del cosiddetto “metodo forfetario per il calcolo dei rendimenti delle attività illecitamente detenuti all’estero. In particolare, viene chiarito che il metodo è applicabile quando la consistenza delle attività patrimoniali nel loro complesso, in una singola annualità, non eccede i 2 milioni di euro. In caso di attività cointestate non rileva, quindi, l’ammontare della singola quota riconducibile al contribuente.

Riguardo alle cause di inammissibilità, la circolare precisa che la collaborazione volontaria non è ammessa nel caso in cui la causa ostativa sia stata formalmente conosciuta dall’autore della violazione che richiede l’accesso alla stessa, o dai soggetti con questo solidalmente obbligati in via tributaria o da eventuali concorrenti nel reato.

Infine, la circolare chiarisce che i contribuenti possono scegliere se ricorrere alla procedura di collaborazione volontaria o al ravvedimento operoso. Per ulteriori approfondimenti puoi scaricare la circolare cliccando qui.

Lo Studio rimane a completa disposizione per la valutazione delle singole posizioni.

(fonte: Antonino Salvaggio – Centro Studi CGN)

Chiarimenti e dubbi dopo la Circolare sulla Voluntary Disclosure

La Circolare n. 10/E/15 (emanata dall’AdE in data 13.03.2015) ha finalmente provveduto a fornire una serie di importanti chiarimenti sul tema della collaborazione volontaria tra contribuenti ed Amministrazione finanziaria finalizzata all’emersione (ed al rientro) dei capitali illecitamente detenuti all’estero nonché in Italia (voluntary c.d. “internazionale” e “nazionale”).

Tale strumento, introdotto nell’ordinamento dalla L. n. 186/2014 nel dicembre dello scorso anno, per risultare effettivamente appetibile agli occhi dei contribuenti interessati necessitava della sopravvenienza nel panorama giuridico nazionale di almeno due fattori.

Il primo consisteva nella stipula di un accordo entro il 02.03.2015 tra Italia e Paesi “Black List” interessati volto a consentire uno scambio effettivo di informazioni (conformemente agli standards OCSE) che fosse in grado di scongiurare (con l’eventuale rilascio del cd. “waiver”) l’operatività del raddoppio dei termini di accertamento altrimenti prevista per chi detenesse ivi investimenti ed attività finanziarie.

L’avvenuta sottoscrizione entro il termine utile degli accordi con Svizzera, Principato di Monaco e Liechtenstein ha certamente soddisfatto questo primo aspetto.

In secondo luogo, risultando l’approccio a tale procedura giustappunto “volontario” e dovendo i contribuenti necessariamente svelare per intero all’AdE la propria situazione pregressa, era più che ragionevole che questi attendessero che l’Amministrazione finanziaria fornisse una prima indicazione sul punto dotata di una certa organicità.

Permane comunque ancora qualche dubbio tra i tecnici ed i contribuenti che potrebbe ulteriormente ritardare l’adesione alla procedura di cui si ragiona.

La questione è assolutamente delicata, se si considera che la data ultima fissata per la presentazione della richiesta di accesso alla procedura di Voluntary Disclosure è il 30 settembre 2015.

Uno di questi dubbi, esemplificando, attiene alle tempistiche con le quali l’Amministrazione finanziaria pare intenzionata a condurre la propria attività accertativa in riferimento alla procedura di emersione.

A pag. 40 della Circolare, nel paragrafo dedicato ai termini di decadenza per la contestazione delle violazioni in materia di monitoraggio fiscale, si legge che “in via ordinaria, rientrano nella procedura di collaborazione volontaria internazionale le violazioni degli obblighi dichiarativi (…) commesse con riguardo al modello UNICO 2010 presentato per gli investimenti illecitamente detenuti all’estero al 31 dicembre 2009 ()”, anche se in realtà la Corte di Cassazione con sentenza n. 26848/2014 ha legato l’operatività del termine quinquennale all’ipotesi di “omissione della dichiarazione annuale per investimenti ed attività di natura finanziaria all’estero (e non a quella nella quale la presentazione della dichiarazione sia avvenuta).

Altro punto controverso è quello che attiene al riconoscimento dell’operatività del raddoppio dei termini in chiave accertativa (ex art. 43, comma 3 d.P.R. n. 600/1973 e art. 57, comma 3 d.P.R. n. 633/1972) indipendentemente dalla non punibilità del reato tributario garantita in talune ipotesi dal perfezionamento della procedura.

Quel che si legge a pag. 46 della Circolare, infatti, appare come una forzatura, posto che l’AdE presuppone l’operatività di un istituto come quello in parola (che si fonda sulla rilevanza penaltributaria del reato interessato) anche in casi (per quanto tassativamente elencati) nei quali è lo stesso Legislatore a dichiararne la non punibilità a fronte del positivo esperimento della procedura.

Questi margini di residua incertezza potrebbero dunque spingere i contribuenti a ritardare ulteriormente la presentazione della domanda di accesso alla VD.

Ciò comporterebbe un margine di rischio, posto che ove “l’autore della violazione” maturasse medio temporela formale conoscenza di inizio di accessi, ispezioni o verifiche; dell’inizio di altre attività amministrative di accertamento (…), come chiarito dalla Circolare a pag. 25, la facoltà di accedere alla procedura risulterebbe preclusa.

In quel caso si potrebbe però valutare il ricorso all’istituto del nuovo ravvedimento operoso, lo sfruttamento del quale è precluso dalla sopravvenuta notifica di un avviso di accertamento o di liquidazione oppure di una comunicazione bonaria, ma non dall’avvenuta constatazione di una violazione, o dall’avvio di un accesso, di un’ispezione o di una verifica.

Il ravvedimento operoso, peraltro, può consentire una riduzione consistente delle sanzioni amministrative irrogabili relativamente ai tributi amministrati dall’AdE (rilevanti anche ai fini della voluntary disclosure).

A differenza di quest’ultima, inoltre, il ravvedimento può anche riguardare solo alcuni dei periodi ancora accertabili.

Si comprende dunque come il ricorso ad una procedura piuttosto che all’altra, lungi dall’essere scontato, dovrà essere ponderato caso per caso secondo le specifiche esigenze del contribuente.

(fonte: http://www.ecnews.it)

Voluntary disclosure verso una proroga?

Si avvicina la scadenza del 30 settembre per l’invio, all’Agenzia delle entrate, della richiesta di adesione alla collaborazione volontaria (c.d. voluntary disclosure) e inizia a far capolino tra i contribuenti interessati e i loro consulenti la necessità di fruire di un maggior termine per l’adempimento. Varie sono le ragioni che spingerebbero verso una proroga: da un lato la complessità della procedura che richiede non pochi passaggi, anche, e soprattutto, di carte, dall’altro, la scarsa adesione sin qui registrata, anche a causa dell’incertezza su alcuni aspetti della disciplina, quando ormai mancano poco più di due mesi alla scadenza.

Si potrebbe profilare una proroga della scadenza della voluntary disclosure: sono questi i rumors che iniziano a circolare, specialmente tra gli “addetti ai lavori”, con riferimento alla sempre più vicina dead line del 30 settembre 2015.
Entro tale data, come noto, deve essere presentato, per via telematica, il modello di richiesta di accesso alla procedura per rimediare spontaneamente alle omissioni e alle irregolarità commesse fino al 30 settembre 2014 in materia di emersione e rientro di capitali.
Ma a poche settimane dalla scadenza, la procedura non riesce a decollare per una serie di cause, prime tra tutti, l’estrema macchinosità della stessa e l’incertezza, solo parzialmente risolta, su alcuni punti focali.
Di seguito si sintetizzano i suddetti aspetti, cercando di coglierne le criticità che potrebbero giustificare una proroga dei termini.

La procedura

La procedura per aderire alla sanatoria prevede due adempimenti fondamentali:
1) la presentazione di una domanda;
2) la compilazione e spedizione di una relazione accompagnata da documenti giustificativi.
Andando un po’ più nel dettaglio, è previsto che le richieste di attivazione della voluntary andranno presentate entro il 30 settembre 2015, esclusivamente per via telematica e che l’Agenzia invierà una comunicazione attestante l’avvenuta ricezione.
Entro i trenta giorni successivi alla presentazione della domanda, e comunque non oltre il 30 settembre 2015, i contribuenti dovranno inviare la relativa documentazione all’indirizzo di Posta elettronica certificata (Pec) indicato nella ricevuta, assieme a una relazione contenente, per ciascuna annualità d’imposta, la descrizione analitica delle informazioni e dei dati riportati in sintesi nella richiesta.
In particolare, la relazione di accompagnamento comprende i dati relativi a:
– l’ammontare degli investimenti e delle attività di natura finanziaria costituite o detenute all’estero, anche indirettamente o per interposta persona;
– la determinazione dei redditi che servirono per costituirli o acquistarli, nonché dei redditi che derivano dalla loro dismissione o utilizzazione a qualunque titolo;
– la determinazione degli eventuali maggiori imponibili, ancorché non connessi con le attività costituite o detenute all’estero.
E qui iniziano i veri problemi.
A quanto pare, la richiesta della documentazione presso gli istituti creditizi esteri non è così agevole e, soprattutto, celere.
I grossi gruppi bancari al di là dei confini nazionali (non si deve dimenticare che un gran numero di contribuenti interessati alla procedura ha conti in paesi che sino a poco tempo fa erano considerati a prova di “privacy bancaria”, tra i quali la Svizzera, e che per ciò non erano abituati a gestire un tale flusso di informazioni), si stanno trovando sommersi da richieste di documentazione riguardanti i conti in odore di voluntary, per cui, non è detto che tutte le richieste vengano evase in tempi brevi.
E poi, anche se ciò dovesse avvenire, le montagne di carte si riversano sulle scrivanie dei professionisti ai quali il contribuente deve necessariamente rivolgersi per porre in essere l’adempimento.
Montagne di carte che devono essere spulciate e soprattutto interpretate, operazione per operazione, al fine di ricostruire la vita del rapporto finanziario negli ultimi anni.
Ciò è di fondamentale importanza: infatti, tale ricostruzione è propedeutica alla predisposizione della relazione di accompagnamento, nonché della documentazione a supporto della richiesta di emersione.
E con l’analisi di questi documenti l’Agenzia delle entrate “validerà” la richiesta e avvierà la vera e propria fase di contraddittorio per giungere alla chiusura con il versamento delle somme richieste per sanare le violazioni.
La struttura della relazione di accompagnamento è riportata nel provvedimento dell’Agenzia delle entrate, del 30 gennaio 2015, ma sitratta di un format “base” nel senso che il contribuente può in ogni caso aggiungere altre informazioni per fornire qualsiasi altro elemento utile per la trattazione della procedura di collaborazione volontaria.
Pertanto, ammesso che la documentazione richiesta alle banche arrivi in tempi rapidi, la sua decodifica e la traduzione in informazioni utili ai fini della stesura della relazione non è un passaggio così scontato e, soprattutto, veloce.

Le incertezze

Alla macchinosità della procedura si sono aggiunti, man mano che “si prendeva il toro per le corna”, una serie di dubbi che, in molti casi, hanno rallentato l’intero processo.
Sia negli studi professionali, ma soprattutto, in occasione dei vari convegni che ormai si susseguono con ritmo frequente sono sorte molte incertezze, alcune su punti fondamentali dell’intera procedura.
Si è richiesto, prima, e si è atteso, successivamente, l’intervento chiarificatore dell’Agenzia delle entrate, più volte annunciato ma sempre rimandato.
Finalmente, il 16 luglio 2015 (quindi a due mesi e mezzo dalla scadenza), l’Agenzia ha emanato la circolare n. 27/E che risolve molti dei dubbi sollevati, ma non in toto.
Resta, poi, ancora scoperto il nervo dell’applicazione della disciplina sul raddoppio dei termini.
Nella circolare n. 27/E è stato chiarito che anche in presenza di istanza di collaborazione volontaria, è applicabile la disciplina del raddoppio dei termini prevista per il contrasto ai paradisi fiscali, contenuta nei commi 2-bis e 2-ter dell’articolo 12 D.L. n. 78/2009.
Al riguardo l’Agenzia ha specificato che la deroga a tale normativa, ai soli fini della procedura di collaborazione volontaria e qualora ricorrano congiuntamente determinate condizioni, è prevista dall’articolo 5-quater, comma 4, D.L. n. 167/1990, come risultante per effetto della modifica apportata dalla legge sulla voluntary (legge n. 186/2014); ciò comporta necessariamente che la disapplicazione del raddoppio dei termini prevista da tale ultima disposizione non potrà applicarsi alle istanze di collaborazione volontaria pervenute prima della entrata in vigore della legge che l’ha prevista.
Inoltre, la disposizione contenuta nel citato articolo 12 è applicabile a tutte le annualità per le quali i termini per l’accertamento o per la contestazione delle violazioni in materia di monitoraggio fiscale non erano ancora decaduti al momento dell’entrata in vigore del D.L. n. 78/2009.
Se questi sono i chiarimenti forniti, non bisogna dimenticare che è attualmente in discussione, nel decreto delegato di riforma fiscale sulla certezza del diritto, una norma, in tema di voluntary disclosure, sul raddoppio dei termini.
In sintesi, si prevede che possano accedere alla voluntary e quindi beneficiare della riduzione delle sanzioni amministrative tributarie e della non punibilità penale le attività e le imposte riferite ad annualità per le quali siano scaduti i termini per l’accertamento fiscale.
Tralasciando l’interpretazione della norma, che, da una prima lettura, non appare agevole, la stessa, però, come accennato, è ancora in fase di approvazione: il testo, dopo il secondo passaggio nel Consiglio dei ministri del 17 luglio, è, ora, nuovamente sui tavoli delle commissioni parlamentari per il relativo placet, per poi poter essere approvato definitivamente ed entrare in vigore con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
I tempi sono molto stretti, ma, pur sempre, trascorreranno ancora altri giorni prima dell’ufficializzazione.

La proroga

Tenendo conto di quanto fin qui riassunto, è evidente come la concessione di una eventuale proroga non sia un tabù.
Però, va considerato che l’Agenzia, una volta ricevuta la richiesta e la relativa documentazione deve svolgere una complessa attività di controllo della stessa al fine di comunicare al contribuente il quantum dovuto per perfezionare la procedura.
Occorreranno, quindi, i dovuti tempi tecnici per chiudere la pratica e, posticipare il termine del 30 settembre potrebbe pregiudicare l’intera operazione, almeno per ciò che riguarda i periodi d’imposta a rischio prescrizione.
Si sta, dunque, pensando ad una proroga parziale: pur restando fermo il termine del 30 settembre per l’invio della richiesta, si potrebbe concedere un maggior lasso di tempo per mandare la relativa documentazione.
Si tratta di un ipotesi ancora molto teorica, ma potrebbe essere una soluzione tampone, per permettere ai contribuenti, in difficoltà con il reperimento della documentazione, di fruire della sanatoria senza il rischio di sforare la scadenza e quindi, vedersi rigettare la richiesta.
La soluzione, come detto, è allo studio e, attualmente, non è dato sapere se poi vedrà realmente la luce: l’unica speranza è che non si rinnovi l’italica tradizione delle proroghe fiscali che, puntualmente, vengono concesse a ridosso della scadenza (se non il giorno prima), quando, ormai, i giochi sono fatti.
(fonte: http://www.ipsoa.it)

730 precompilato: vantaggi e criticità.

Parte l’operazione “730 precompilato” voluta dal decreto Semplificazioni fiscali: da una prima lettura delle bozze del modello 730/2015 e delle relative istruzioni, pubblicate dall’Agenzia delle Entrate, emergono vantaggi e criticità della dichiarazione precompilata, che farà il suo debutto nel 2015.

L’Agenzia delle entrate, mantenendo fede alla promessa di rendere disponibili le bozze a fine novembre, ha pubblicato il modello 730/2015 e relative istruzioni, appunto, in bozza avviando, così, ufficialmente l’operazione “730 precompilato”.
La novità è contenuta nel D.Lgs. n. 175/2014 (decreto semplificazioni) e, almeno nelle aspettative di chi l’ha fortemente voluta, dovrebbe rivoluzionare il rapporto tra Fisco e contribuente, mettendo, quest’ultimo nella condizione di poter adempiere ai propri obblighi dichiarativi, comodamente seduto sulla sua poltrona di casa, senza le necessità di doversi per forza rivolgersi a commercialisti o Caf e, soprattutto, senza rischiare sanzioni se accetta quanto, il monitor del suo pc, gli propone di pagare (o di avere a rimborso).
La scena appena descritta, però, almeno per ora, appare ben lontana dall’essere realistica e ciò per una serie di motivi che, ad una prima lettura delle istruzioni diffuse, sembrano essere confermati.
Per capire meglio quali saranno i reali vantaggi e quali, invece, gli svantaggi o più esattamente, i punti critici del modello precompilato, occorre andare per ordine iniziando dai soggetti interessati.

Chi può avvalersi della dichiarazione precompilata

Le istruzioni, a tale proposito, sembrano chiare: infatti precisano che il modello 730 precompilato “viene reso disponibile” ai lavoratori dipendenti e ai pensionati che:
– hanno presentato il modello 730/2014 per i redditi dell’anno 2013;
– e, inoltre, hanno ricevuto dal sostituto d’imposta la Certificazione Unica 2015 (modello CU che da quest’anno sostituisce il CUD) con le informazioni relative ai redditi di lavoro dipendente e assimilati e/o ai redditi di pensione percepiti nell’anno 2014.
La dichiarazione precompilata viene predisposta anche per i contribuenti, in possesso della Certificazione Unica 2015, che per l’anno 2013 hanno presentato il modello Unico Persone fisiche 2014 pur avendo i requisiti per presentare il modello 730, oppure hanno presentato, oltre al modello 730, anche i quadriRM, RT e RW del Modello Unico Persone fisiche 2014.
Invece, non viene predisposta se, con riferimento all’anno d’imposta precedente, il contribuente ha presentato dichiarazioni correttive nei termini o integrative, per le quali, al momento della elaborazione della dichiarazione precompilata, è ancora in corso l’attività di liquidazione automatizzata (effettuata ai sensi dell’art. 36-bis del D.P.R. n. 600/1973).
Pertanto, tre sembrano essere le condizioni affinché l’Agenzia precompili il Mod. 730:
1) aver presentato il mod. 730 lo scorso anno o il mod. Unico PF ma dichiarando solo redditi che possono entrare nel 730 o, infine, il mod. 730 e Unico PF con i soli quadri RM (redditi soggetti a tassazione separata o imposta sostitutiva), RT (plusvalenze di natura finanziaria) o RW (investimenti e/o attività finanziare all’estero);
2) aver ricevuto il mod. CU dal proprio sostituto d’imposta;
3) non ci siano dichiarazioni integrative o correttive nei termini per le quali non è completata l’operazione di liquidazione.

Quali dati contiene il modello precompilato

Per la predisposizione del modello 730 precompilato, l’Agenzia delle entrate utilizza le seguenti informazioni:
– i dati contenuti nella Certificazione Unica, che da quest’anno viene inviata all’Agenzia delle entrate dai sostituti d’imposta (ad esempio il reddito di lavoro dipendente, le ritenute Irpef, le trattenute di addizionale regionale e comunale, i compensi di lavoro autonomo occasionale e i dati dei familiari a carico);
– i dati relativi agli interessi passivi sui mutui, ai premi assicurativi e ai contributi previdenziali, che vengono comunicati all’Agenzia delle entrate dai soggetti che erogano mutui agrari e fondiari, dalle imprese di assicurazione e dagli enti previdenziali;
– alcuni dati contenuti nella dichiarazione dei redditi dell’anno precedente (ad esempio gli oneri che danno diritto a una detrazione da ripartire in più rate annuali, come le spese sostenute per interventi di recupero del patrimonio edilizio, i crediti d’imposta e le eccedenze riportabili);
– gli altri dati presenti nell’Anagrafe tributaria (ad esempio i versamenti effettuati con il modello F24 e i contributi versati per lavoratori domestici).

Come viene recapitata la dichiarazione precompilata

Una volta reperiti tutti i dati, l’Agenzia li elaborerà e, mettendo insieme quelli già in suo possesso, è pronta a “compilare” la dichiarazione e renderla disponibile al contribuente a partire dal 15 aprile.
Qui iniziano alcune delle maggiori criticità: infatti, l’Agenzia delle entrate, nelle istruzioni, quando parla del modello precompilato, usa la locuzione “viene reso disponibile”.
Ciò fa intendere che si assisterà ad un lavoro “dietro le quinte” da parte dell’Agenzia che consisterà nel mettere insieme tutte le informazioni conosciute per il contribuente “Caio”, inserirle nel sistema informatico all’uopo predisposto e lasciarle lì, in attesa che il “signor Caio” si attivi per accedere ai suoi dati e confermarli o modificarli o, infine, rifiutarli.
Pertanto, si presuppone che il contribuente (o chi per lui) debba essere il solo soggetto che deve attivarsi per capire se nel sito dell’Agenzia c’è la sua dichiarazione precompilata.
Le possibilità per poter consultare il sito sono tre:
direttamente, previa registrazione ai servizi telematici dell’Agenzia delle entrate;
– conferendo apposita delega, tramite il proprio sostituto d’imposta che presta assistenza fiscale;
– conferendo apposita delega ad un Caf o un iscritto nell’albo dei consulenti del lavoro o in quello dei dottori commercialisti e degli esperti contabili abilitati allo svolgimento dell’assistenza fiscale.
Con riferimento al primo punto (consultazione diretta previa registrazione al sito dell’Agenzia), per accedere alla sezione in cui è disponibile la dichiarazione il contribuente deve essere in possesso del codice PIN, che può essere richiesto:
online, accedendo al sito dell’Agenzia www.agenziaentrate.gov.it e inserendo alcuni dati personali;
per telefono, chiamando il servizio di risposta automatica al numero 848.800.444 (al costo di una telefonata urbana);
in ufficio, presentando un documento di identità.
Da quanto detto, si capisce come sarà difficile che il “signor Caio” del nostro esempio si attivi per procurarsi il suo PIN e si metta comodamente seduto sulla sua poltrona di casa a visionare la sua dichiarazione. E ciò anche considerando la platea dei contribuenti potenzialmente interessati alla novità, costituita in gran numero da pensionati che, per definizione, hanno poca confidenza con gli strumenti informatici.
Ma poi, ammesso che il nostro “signor Caio” sia “tecnologicamente evoluto” e quindi sia riuscito a procurarsi le sue credenziali, è difficile immaginare che, una volta entrato nel sito e aperta la sua dichiarazione, non abbia più di qualche sussulto sulla sua poltrona man mano che si scontra con la difficile comprensione di una serie di numeri dietro ai quali, però, ci sono norme che presuppongono un minimo di conoscenze tecniche della materia fiscale.
Si può, dunque, ragionevolmente presumere che ci si rivolgerà in massa o al proprio sostituto d’imposta (sempre che entro il 15 gennaio dia la propria disponibilità a fornire assistenza fiscale) o, molto più probabilmente, ai Caf e ai professionisti abilitati che, quindi, in questo caso saranno chiamati non solo a “validare” la dichiarazione ma anche a trasmetterla (si ricorda che il termine ultimo di presentazione è stato uniformato e fissato al 7 luglio).

Presentazione della dichiarazione

Come appena accennato, oltre che direttamente, la dichiarazione precompilata può essere presentata tramite sostituto d’imposta o rivolgendosi ad un Caf/professionista abilitato.
Più in dettaglio:
1) Presentazione al sostituto d’imposta: il contribuente deve consegnare, oltre alla delega per l’accesso al modello 730 precompilato, il modello 730-1, in busta chiusa (scelte 8 e 5 per mille). Prima dell’invio della dichiarazione all’Agenzia delle entrate e comunque entro il 7 luglio, il sostituto d’imposta consegna al contribuente una copia della dichiarazione elaborata e il prospetto di liquidazione, modello 730-3, con l’indicazione del rimborso che sarà erogato e delle somme che saranno trattenute.
2) Presentazione al Caf o al professionista abilitato: il contribuente deve consegnare oltre alla delega per l’accesso al modello 730 precompilato, il modello 730-1, in busta chiusa e deve esibire al Caf o al professionista abilitato la documentazione necessaria per verificare la conformità dei dati riportati nella dichiarazione.
Il contribuente conserva la documentazione in originale mentre il Caf o il professionista ne conserva copia che può essere trasmessa, su richiesta, all’Agenzia delle entrate.
I Caf o i professionisti abilitati hanno l’obbligo di verificare che i dati indicati nel modello 730 siano conformi ai documenti esibiti dal contribuente (relativi a oneri deducibili e detrazioni d’imposta spettanti, alle ritenute, agli importi dovuti a titolo di saldo o di acconto oppure ai rimborsi) e rilasciano per ogni dichiarazione un visto di conformità. Prima dell’invio della dichiarazione all’Agenzia delle entrate e comunque entro il 7 luglio, il Caf o il professionista consegna al contribuente una copia della dichiarazione e il prospetto di liquidazione, modello 730-3, elaborati sulla base dei dati e dei documenti presentati dal contribuente. Nel prospetto di liquidazione sono evidenziate le eventuali variazioni intervenute a seguito dei controlli effettuati dal Caf o dal professionista e sono indicati i rimborsi che saranno erogati dal sostituto d’imposta e le somme che saranno trattenute.
E su quest’ultimo punto, la situazione si complica ancora di più.
Infatti, per come è stata scritta la norma, le responsabilità addossate ai Caf e ai professionisti sono smisurate rispetto ai reali vantaggi (perché no, anche in termini economici) che si possono ricavare dal fornire assistenza fiscale.
L’aver “obbligato” i Caf o professionisti a mettere il visto di conformità e, di conseguenza, addossato su costoro le responsabilità per i dati indicati in dichiarazione (anche quelli forniti dalla stessa Agenzia), potrebbe rappresentare un forte “fattore di rischio” che può pregiudicare l’intera operazione.
Molto probabilmente non saranno pochi i professionisti che, per evitare le responsabilità, si faranno rilasciare dai propri clienti una “delega impropria” nel senso che li faranno abilitare per poi trasmettere la dichiarazione con le loro credenziali come se la stessa fosse stata validata e trasmessa direttamente dal contribuente; il nostro “signor Caio” potrebbe invece attribuire una “vera delega” al proprio consulente e, pagando i pochi euro dovuti per la sua prestazione, si libererebbe da ogni responsabilità e potrebbe finalmente dormire sogni tranquilli sulla sua comoda poltrona.
(fonte: www.ipsoa.it)

Più controlli su collaborazioni e partite Iva.

Il Ministero del Lavoro, nel corso del 2013, ha iniziato una campagna di controlli mirata a verificare la genuinità dei contratti di collaborazione a progetto e di lavoro autonomo con partita Iva, ottenendo il lusinghiero risultato di “scovare” e riqualificare ben 19.000 posizioni lavorative illegittime. Forte dei risultati raggiunti, l’ 1.04.2014 ha annunciato di voler
ulteriormente intensificare tale opera di contrasto al ricorso improprio a tali tipologie contrattuali.
Infatti il Ministero del Lavoro, nell’ambito delle proprie attività tese a combattere il lavoro irregolare,ha deciso di rafforzare i controlli sull’utilizzo distorto delle tipologie contrattuali flessibili, per far emergere tutti quei casi in cui il ricorso a specifiche tipologie contrattuali, in particolare i contratti di collaborazione a progetto e le partite Iva, maschera rapporti di lavoro subordinato
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Sia ben chiaro, come ha sottolineato anche il ministro Poletti, che il ricorso a tali tipologie contrattuali può senz’altroessere legittimo, ma ciò avviene quando sia giustificato da ragioni oggettive legate alle esigenze produttive ed organizzative delle aziende che vi ricorrono, mentre non lo è affatto nel deplorevole caso in cui venga stipulato per mascherare un rapporto di lavoro subordinato, con l’intento così di sfuggire agli obblighi previdenziali ed assistenziali verso il lavoratore che viene pertanto a trovarsi in condizioni di precarietà, con ben poche tutele e inesistenti prospettive di stabilizzazione.
Tutto ciò premesso, affinché sia possibile fare un’analisi circa la regolarità dei rapporti in atto, pare opportuno riepilogare i requisiti che le citate tipologie contrattuali devono possedere.
Partite Iva
– In base a quanto previsto dalla L. 92/2012 le prestazioni di lavoro autonomo svolte da titolare di partita IVA, si considerano rapporti di collaborazione coordinata e continuativa (immediatamente riqualificati in rapporti di lavoro autonomo se manca l’identificazione del progetto) quando ricorrano almeno 2 dei seguenti presupposti:
a) durata superiore a 8 mesi in ciascun anno solare nell’arco di 2 anni;
b) corrispettivo derivante dalla collaborazione, anche se fatturato a più soggetti riconducibili al medesimo centro d’imputazione di interessi, pari almeno all’80% dei corrispettivi complessivi del collaboratore nell’arco degli stessi anni solari;
c) esistenza di una postazione di lavoro fissa presso una delle sedi del committente, a disposizione delcollaboratore.
Tali condizioni, però, non si applicano in un’ampia casistica. Ad esempio, se la collaborazione rientra in un ambito di attività professionali ordinistiche o che prevedono l’iscrizione in albi o elenchi , oppure se le prestazioni sono connotate da competenze teoriche e tecnico/pratiche di grado elevato, ovvero in caso di prestazioni rese da soggetti titolari di un reddito annuo di lavoro autonomo non inferiore , per il 2014, a euro 19.395,00.
Collaborazioni a progetto
– Secondo la L. 92/2012 e la C. M. n. 29/2012 la collaborazione a progetto ” genuina ” non può avere ad oggetto compiti esecutivi o ripetitiv, deve prevedere un’ampia autonomiadel lavoratore, deve inoltre vedere descritto il progetto, unitamente al risultato cui tende , nel contratto sottoscritto tra le parti. Va inoltre prestata attenzione al fatto che il Ministero ritiene che non rientrino nell’ambito della collaborazione a progetto una serie di attività, tra cui molte appartenenti al settore dell’edilizia (circ. n. 16/2012).

Capitali all’estero: torna la soglia dei 10.000 euro per la compilazione del quadro RW.

La compilazione del quadro RW diventerà obbligatoria soltanto se varcata la “vecchia” soglia dei 10.000 euro e, pertanto, i titolari dei conti correnti, come PayPal, su cui transitano o sono depositate somme irrisorie, saranno esentati dall’adempimento.

È stato approvato alla Camera dei Deputati, infatti, un emendamento al D.L. n. 4 del 2014,  ora al vaglio del Senato, che reintroduce il limite alla compilazione del quadro RW. In particolare, la disposizione in esame, opportunamente emendata, prevede che “gli obblighi di indicazione nella dichiarazione dei redditi previsti nel comma 1 non sussistono altresì per i depositi e conti correnti bancari costituiti all’estero il cui valore massimo complessivo raggiunto nel corso del periodo d’imposta non sia superiore a 10.000 euro”.

Da salutare con favore il novellato precetto, considerato che tale modifica va nell’ottica di semplificare quanto previsto dalle nuove regole sul monitoraggio fiscale.

La Legge 97/2013 aveva, infatti, eliminato la soglia di 10.000 euro, oltre la quale era necessario compilare il quadro RW. Sebbene in molti vedessero in questa disposizione un “corretto” inasprimento della lotta all’evasione fiscale, essa costringeva, chiunque avesse posseduto un conto corrente per effettuare gli acquisti via internet in un istituto di credito avente sede fuori dal territorio dello Stato, come per il caso di PayPall, a compilare il quadro RW poiché possessore di attività finanziare estere.

In merito alla compilazione del quadro RW, inoltre, bisogna ricordare che, più volte, la Commissione europea ha chiesto con forza all’Italia di semplificare la compilazione del quadro RW del Modello Unico e, soprattutto, di intervenire sulla proporzionalità delle relative sanzioni. Deve rilevarsi che la correzione innestata sul Decreto n. 4 del 2014 intende percorrere la strada della semplificazione per il contribuente e che il contrasto con la Commissione Ue, sul tema in esame, è realistico. Infatti, il relatore dell’emendamento al Decreto in esame  ha  evidenziato la sussistenza di un “rischio di un contenzioso con la Commissione Ue” anche se “la commissione non ha contestato l’esonero per la compilazione del quadro RW ma la sproporzione delle sanzioni previste in caso di mancata compilazione e anche onere burocratico a carico dei cittadini”.

(fonte: fisco7)

Gli articoli nascosti della Legge di Stabilità. Leggete e…. meditate!

Così, mutatis mutandis ogni qual volta si voglia valutare la qualità e i risultati di un singolo o di una collettività di persone, occorre cercare chi, di fatto, è il responsabileo l’ispiratore di un determinato comportamento e del conseguente risultato. Ebbene, senza pretendere di esaurire in poche righe un argomento così complesso, si rifletta su alcune norme della Legge di Stabilità 2014. Vi sono, sicuramente, anche note positive; tuttavia,qualcuno dovrebbe spiegare le ragioni, ammesso che ve siano, dei comm i(dell’unico articolo) di seguito elencati:
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Comma 18: 5,5 milioni per assumere, a tempo indeterminato, 120 unità altamente qualificate per rafforzare le strutture della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dei Ministeri e dell’Agenzia per la coesione territoriale.
Comma 24: 4,5 milioni per assunzioni di personale per il Corpo Forestale dello Stato (la sola Calabria ha 2,5 volte gli addetti dell’intero Canada; sulla proporzione delle relative superfici boschive, ogni commento è superfluo).
Comma 28: 2 milioni all’Istituto nazionale ricerche turistiche per rafforzare l’attività di promozione e certificazione del marchio “Ospitalità Italiana – Ristoranti italiani nel mondo”.
Comma 43: 6 milioni di euro a favore degli Istituti italiani per gli studi storici e filosofici (Napoli) per attività di ricerca e sviluppo delle aree del Mezzogiorno (il Ministero dello Sviluppo Economico, a proposito, a cosa serve?).
Comma 69: 340 milioni (ancora!) per la Salerno – Reggio Calabria.
Comma 77, 78 e 81: 3 milioni per il trasporto pubblico marittimo tra Messina, Reggio Calabria e Villa San Giovanni; 5,4 milioni per il trasporto marittimo veloce nello Stretto di Messina; 200 mila euro per studi di fattibilità sul miglioramento dei collegamenti tra gli insediamenti dell’area dello Stretto di Messina.
Comma 114: 2 milioni di euro per elaborare progetti di ricerca per le aree di produzione della Sicilia orientale per il reimpiego sostenibile degli scarti (scorze) della lavorazione di agrumi.
Comma 115: 3 milioni per esercitare il diritto di prelazione per l’acquisto dell’Isola di Budelli.
Comma 118: 500 mila euro per rifinanziare il Fondo nazionale per le attività dei consiglieri/e di parità.
Comma 207: 126 milioni per i lavori socialmente utili della Regione Calabria (e le altre?).
Comma 267: 845 mila euro per assumere procuratori allo scopo di incrementare la costituzione di parte civile dell’Agenzia delle Entrate nei procedimenti aventi a oggetto reati tributari.
Comma 271: un milione di euro per l’attività di promozione sociale e assistenza delle Associazioni combattentistiche.
Comma 272: 3 milioni per il 70° anniversario della Resistenza.
Comma 273: 56 milioni per gli impegni del semestre di Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione Europea.
Comma 276: 300 mila euro per il Centro autonomia e mobilità e della scuola cani guida per ciechi di Campagnano (RM).
Comma 278: 100 milioni quale contributo integrativo delle spese di funzionamento dell’Agenzia delle Entrate.
Commi 328 e 386: 300 mila euro all’orchestra “I virtuosi italiani” (VR) e un milione all’Orchestra del Mediterraneo (NA). 660 milioni di euro, la metà di quelli necessari per mantenere Iva al 21%. E non è tutto … “
Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli …; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi,
sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra” (da Il Gattopardo)
Fonte (ratio mattino)